Ho perso bitcoin in tutti i modi possibili
Ecco cosa ho imparato
Sono sopravvissuto a più di 10 anni di Bitcoin. Ho perso bitcoin in quasi tutti i modi possibili: per paura, per distrazione, per avidità, per fidarmi delle persone sbagliate. E sono ancora qui, con bitcoin in mano e qualcosa da raccontare.
Non scrivo questo articolo per impressionarvi con le mie avventure.
Lo scrivo perché sono convinto che gli errori che ho fatto — e che mi sono costati soldi veri — siano gli stessi che stanno per fare molti italiani che si stanno avvicinando a Bitcoin adesso.
Se riuscite a imparare dai miei errori senza pagarli voi, vale la pena raccontarli tutti.
2013: quando Bitcoin era quasi impossibile da comprare
Ho conosciuto Bitcoin attorno al 2013 o 2014 grazie al blog di un italiano di nome Rebuffo, alias Funnyking.
Funnyking, se per caso stai leggendo questo articolo — grazie. Ti devo moltissimo.
Allora comprare bitcoin non era una cosa semplice. Io lo feci anonimamente attraverso un exchange chiamato Virwox — una procedura convoluta che passava per i Linden Dollars di Second Life, con commissioni totali del 10-20%.
Era complicato e assurdo. Ma funzionava.
Qui commisi il mio primo errore: ne comprai pochissimi.
Bitcoin mi sembrava una scommessa intelligente ma pur sempre una scommessa — non qualcosa in cui investire seriamente.
Sapevo che l’idea era rivoluzionaria. Ma avevo già visto idee rivoluzionarie fallire, idee che non minacciavano nessun potere costituito.
Bitcoin invece sfidava direttamente le banche centrali, i governi, l’intero sistema monetario. Quanto era realistico che sopravvivesse?
Feci però una cosa giusta: imparai subito a custodire i bitcoin da solo.
Senza exchange, senza terze parti, con le chiavi private sotto il mio controllo.
Quando Bitcoin era molto più difficile da gestire di oggi.
Nel 2014 quella scelta si rivelò cruciale.
Mt. Gox, il principale exchange bitcoin del mondo, subì un attacco informatico devastante.
Chi teneva i propri bitcoin sull’exchange — e erano in molti, perché era comodo, perché evitava la complessità tecnica — perse tutto.
Chi li custodiva da sé, come me, non perse niente.
La lezione numero uno, che vale ancora oggi: “not your keys, not your coins” non è solo uno slogan: è la differenza tra possedere bitcoin e possedere solo una promessa che qualcun altro te li restituirà.
L’errore delle altcoin: quando i guru ti costano soldi
Qualche anno dopo, durante la grande euforia del mercato crypto del 2017-2018, cominciai a seguire vari personaggi online — influencer, fuffaguru.
Dicevano che Bitcoin era morto e giuravano per ether, dash, litecoin, e un’interminabile lista di tokens che avrebbero “rivoluzionato tutto”.
Vendetti metà del mio bitcoin.
Comprai ether a 10 dollari.
Ne vendetti una buona parte a 40 dollari, felice di avere moltiplicato per quattro. Ero rientrato dal mio piccolo investimento.
Pochi mesi dopo ether toccò 1.400 dollari. Poi, nel mercato orso successivo scese a 90.
Ma l’errore non fu solo quello.
Fu il trading frenetico: litecoin, dash, zcash, token che promettevano di risolvere problemi che non esistevano, emessi da progetti che sarebbero andati a zero entro 18 mesi.
Partecipai ad un paio di Initial Coin Offerings.
Per fortuna riuscii a uscire da quasi tutto prima che crollasse, tutto sommato senza perdite rilevanti.
Ma la perdita in termini di bitcoin che non ho mai riacquistato fu reale e concreta.
Quello che capii dopo, e che allora non avevo chiaro: Bitcoin e le criptovalute non sono la stessa cosa.
Bitcoin è un’invenzione unica, con caratteristiche, e storia, che nessun’altra moneta digitale possiede — la decentralizzazione, il limite di 21 milioni, la resistenza alla censura.
Le altcoin sono per lo più esperimenti, scommesse, o, molto spesso, strumenti per arricchire chi le crea a spese di chi le compra.
Chi vi dice che “la crypto XYZ è molto interessante” probabilmente guadagna quando voi le comprate. Tenetelo a mente.
Le 12 parole che ho buttato via
A quel punto avevo già imparato ad usare un hardware wallet, un Trezor.
Avevo fatto tutto correttamente, come da manuale: le 12 seed words — le 12 parole inglesi che sono la chiave di tutto — scritte a mano su carta, mai fotografate, mai salvate online.
Poi decisi di rinnovare le chiavi e creare un wallet completamente nuovo.
Trasferii tutti i bitcoin dal vecchio al nuovo wallet, verificai che tutto funzionasse, e distrussi il backup delle vecchie 12 parole — per evitare confusione, mi dissi. Ovviamente non c’erano più bitcoin lì.
Il problema era che avevo dimenticato un dettaglio: sul mio exchange c’era ancora un indirizzo “approvato” (whitelisted, nel gergo tecnico) che apparteneva al vecchio wallet.
Un giorno, senza pensarci troppo, anzi, con noncuranza (l’avevo fatto molte volte) ci mandai dei bitcoin.
Spariti.
Sulla blockchain li vedevo benissimo — tutto è pubblico, tutto è trasparente.
Ma erano irraggiungibili, come se stessero dietro un vetro blindato senza chiave.
Cercai il foglietto con le 12 parole dappertutto. Ovviamente non lo trovai.
Quella perdita mi insegnò due cose che non ho più dimenticato.
Prima: controllare sempre due volte ogni indirizzo prima di inviare.
Seconda: le funzioni di sicurezza come gli indirizzi approvati sono un’arma a doppio taglio.
Rendono le cose più sicure in un senso, ma possono trasformarsi in trappole se non vengono aggiornate quando si cambiano le chiavi.
Marzo 2020: quando la paura ha vinto sulla ragione
Nel 2018-2019 avevo attraversato il mio primo bear market.
Bitcoin era crollato dell’83%, da quasi 16.000 euro a meno di 3.000.
Avevo tenuto duro, non avevo venduto durante le fasi peggiori, e quella resistenza mi aveva dato una certa sicurezza.
Poi arrivò marzo 2020. Il Covid. L’incertezza totale.
Bitcoin crollò da 7.000 a 3.500 euro in due giorni.
Questa volta il contesto era diverso.
Sapevo che Bitcoin sarebbe risalito. Solo che non sapevo quando, non avevo mai visto una pandemia in vita mia.
Stavo per acquistare una casa con mia moglie. Non avevo un reddito fisso in quel periodo.
Mia moglie mi assicurava che i soldi per la casa c’erano, indipendentemente da quello che faceva bitcoin.
Ma io non riuscivo a smettere di pensarci.
E così vendetti quasi tutto — quando bitcoin era già molto sceso, quando il momento peggiore stava già per passare.
Mi ricordo chiaramente il senso di sollievo quel giorno. Come se mi fossi tolto un peso.
Poi, nelle settimane successive, bitcoin riprese a salire. Ricomprai solo una parte, a prezzi più alti di quelli a cui avevo venduto.
La lezione più importante che ho imparato in dieci anni: non tenere in bitcoin denaro di cui potresti aver bisogno.
Bitcoin è tra gli asset più liquidi al mondo — scambiato 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, su mercati globali.
Questo significa che quando hai bisogno di denaro urgente, o quando il mondo sembra stia crollando, Bitcoin è sempre il primo ad essere venduto.
E lo venderai sempre nel momento sbagliato, se dipendi da quei soldi.
Un giorno bitcoin sarà un vero “store of value”, paragonabile all’oro.
Ma non lo è ancora. Come va su, tantissimo, va anche giù, tanto.
Hosted mining: le truffe legali esistono
L’ultimo errore importante lo commisi nel 2022.
Decisi di provare il cosiddetto “hosted mining”: acquisti computer ASIC (i computer specializzati per il mining di bitcoin) da una società americana, loro li ospitano nelle loro farm, e tu mini bitcoin con le tue macchine, pagando dei costi di elettricità e di hosting.
Non sembrava male — esposizione al mining senza gestire fisicamente i macchinari, in un paese, gli Stati Uniti, dove i costi dell’elettricità erano ancora gestibili.
La società era tra le più note nel settore. Era stata menzionata da Jack Dorsey, il fondatore di Twitter, e da influencer che consideravo affidabili.
Ordinai, pagai in bitcoin.
Tre anni dopo, avevo a malapena recuperato i costi di hosting — non il costo del computer ASIC, che dovetti lasciare alla società perché era la soluzione meno complicata tra quelle che proponevano alla scadenza del contratto.
Nel mezzo: strutture non pronte, interruzioni frequenti (casualmente, quando minare era più profittevole), trasferimenti ripetuti dei miei ASIC in diverse farm degli Stati Uniti, hosting e riparazioni costose.
Tutto documentato, tutto “rimborsato” (in parte), tutto “legale”.
Il mining di bitcoin è oggi un’industria iper-competitiva, con margini ridottissimi, dominata da grandi entità industriali e, sempre più, da entità statali che possono operare in perdita per anni.
Per un privato è quasi impossibile essere competitivi.
Gli unici modi sensati per accumulare bitcoin rimangono due: comprarlo direttamente o farsi pagare appunto in bitcoin.
Quello che so dopo più di dieci anni
Ho perso bitcoin per paura (il Covid crash), per noncuranza (le seed words), per avidità (le altcoin), per ingenuità (l’hosted mining). E ho ancora bitcoin. Fra chi è entrato nel 2013, non sono certo tutti a poter dire lo stesso.
Quello che so con certezza, dopo tutto questo: Bitcoin premia chi ha tempo e diffida di chi promette guadagni rapidi.
Bitcoin è uno strumento per chi vuole proteggere quello che ha già costruito o sta costruendo.
Serve pazienza, un orizzonte temporale medio-lungo, e la volontà di capire come funziona.
Se vivete in Italia, avete qualcosa da proteggere, e pensate che Bitcoin sia una truffa o che non faccia per voi — siete esattamente le persone a cui voglio parlare.
Non vi vendo niente di mio: non ho un corso da promuovere, non vendo segnali, non vendo consulenza. Non vi mostro la faccia e non vi chiedo di fidarvi di me per quello che sono — solo per quello che scrivo e per la corrispondenza tra quello che dico e quello che ho vissuto.
Su SimpleSatoshi troverete quello che avrei voluto trovare io nel 2013: una guida onesta, senza hype, senza tecnicismi inutili, scritta da qualcuno che ha fatto gli errori per voi.
Benvenuti!



